LE RUBRICHE

PER DIRLO IN ITALIANO, QUESTIONI DI STILE, PAROLE MINATE: SONO LE TRE RUBRICHE DI “PRONTO SOCCORSO LINGUISTICO” DEL NUOVO DEVOTO-OLI. LEGGI I CONSIGLI CHE TROVI IN QUESTA PAGINA E METTITI ALLA PROVA CON IL NOSTRO QUIZ, PER SCOPRIRE QUANTO CONOSCI LA LINGUA ITALIANA.

 

IL NUOVO DEVOTO-OLI È ARRICCHITO DA BOX DI APPROFONDIMENTO EDITORIALE,
LE RUBRICHE DI ‘PRONTO SOCCORSO LINGUISTICO’

PER DIRLO IN ITALIANO

QUESTIONI DI STILE

PAROLE MINATE

Per imparare parole nuove, scoprire come usarle al meglio e destreggiarsi tra le insidie della lingua.

PER DIRLO IN ITALIANO

Usiamo sempre più termini ed espressioni inglesi, spesso difficili da capire o pronunciare.
Il più delle volte inutili. Ecco le possibili alternative per dire la stessa cosa in italiano.

ANCHE IN RETE

SI PARLA ITALIANO

Web, home page, community, e-mail, fino al più recente selfie. In rete l’inglese spopola, ma crescono i termini “italianizzati” (vi dice qualcosa allegato, al posto dell’inglese attachment?). Ecco allora i corrispettivi italiani da usare (anche) in rete.

Community
Il termine community, abbreviazione di web community, è uno degli anglicismi più diffusi del linguaggio informatico. È entrato nella lingua italiana a fine Novecento, per indicare un gruppo di persone che discutono e si scambiano idee o informazioni attraverso la rete, su tematiche di interesse comune.
Per dirlo in italiano, puoi usare la locuzione COMUNITÀ VIRTUALE o l’ibrido COMUNITÀ ONLINE, o anche semplicemente COMUNITÀ; quest’ultima parola, in particolare, è favorita dalla somiglianza formale con il termine inglese, grazie alla comune origine latina delle due voci.

E-mail
Si tratta di uno degli anglicismi più diffusi in italiano, entrato nella nostra lingua nel 1991. Può essere considerato il capostipite della numerosa famiglia dei composti formati con il primo elemento e-, abbreviazione dell’aggettivo inglese electronic “elettronico”, e con un secondo componente anch’esso inglese (e-book, e-commerce, e-learning, ecc.). E-mail può essere usato sia come sostantivo (inviare tramite e-mail), sia in funzione attributiva di un sostantivo (un indirizzo e-mail). È molto diffusa anche la forma abbreviata mail, con ellissi della e- iniziale (mandare una mail). Riguardo al genere grammaticale di e-mail, dopo una fase di oscillazione tra il femminile e il maschile per l’accostamento a posta o a messaggio, ha finito per prevalere il femminile.
Per dirlo in italiano, puoi usare POSTA ELETTRONICA, parola che gode ormai di una larghissima circolazione (indirizzo di posta elettronica, inviare un documento per posta elettronica, ecc.); si può usare anche MESSAGGIO, distinguendolo da messaggino, ovvero l’sms inviato dal cellulare.

Home page
Nel linguaggio informatico la locuzione angloamericana home page sta per “punto di partenza”, l’”inizio”. Si è diffuso in italiano dagli anni Novanta del secolo scorso. Da allora l’home page indicala pagina iniziale di un sito da cui si può accedere ad altre pagine, oppure la pagina iniziale del programma di navigazione.
Per dirlo in italiano, puoi usare PAGINA INIZIALE (impostare Google come pagina iniziale).

Nickname
L’anglicismo nickname, che significa propriamente “nomignolo”, “soprannome”, si diffonde in italiano sul finire del Novecento, con lo sviluppo della comunicazione in rete. Spesso abbreviata con nick, la parola indica il nome in codice o il nome di fantasia con cui un utente di Internet si identifica in un determinato spazio della rete o all’interno di una comunità virtuale.
Per dirlo in italiano, puoi usare PSEUDONIMO, da preferire a “soprannome” e “nomignolo”, che hanno per lo più una connotazione scherzosa, ironica o negativa.

Selfie
Agli inizi del Duemila sui siti anglofoni comincia a circolare il sostantivo selfie, che si diffonde molto velocemente in italiano una decina di anni dopo, parallelamente all’introduzione della telecamera frontale negli smartphone. La vicinanza temporale tra l’apparizione del termine in inglese e la sua affermazione in italiano dimostra quanto la lingua del web e dei social network sia permeabile alla penetrazione di anglicismi. Dopo una fase iniziale di oscillazione, riguardo alla scelta del genere grammaticale, ha finito per prevalere il genere maschile (farsi un selfie), sia per l’accostamento all’italiano “autoscatto”, sia per la presenza in italiano di composti con self per la maggior parte maschili (self-control, self-government, self-service, ecc.).
Per dirlo in italiano, puoi usare la parola AUTOSCATTO, anche se in questo caso non siamo di fronte a un vero e proprio sinonimo. Selfie, infatti, non indica né un “dispositivo delle macchine fotografiche che ritarda lo scatto”, né una “fotografia scattata con tale dispositivo per consentire a chi fotografa di far parte del soggetto”.
L’anglicismo indica piuttosto una fotografia scattata a sé stessi con uno smartphone o con una webcam, senza l’ausilio della temporizzazione, destinata per lo più a essere condivisa in rete. Tuttavia, come è già accaduto nella storia della lingua italiana, un termine può avere un’evoluzione semantica legata al progresso della tecnica: prendiamo, ad esempio, la parola penna, con cui originariamente si designava la penna d’oca che si intingeva nel calamaio per bagnarla di inchiostro. Analogamente, il tradizionale autoscatto potrebbe assumere una nuova accezione d’impronta più tecnologica ed essere usato al posto di selfie.

Web
Il sostantivo inglese web, entrato nella lingua italiana a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, significa propriamente “ragnatela”. È la forma abbreviata della locuzione World Wide Web “ragnatela di estensione mondiale”, più nota con la sigla WWW usata negli indirizzi di Internet. La parola web compare come primo elemento in parole composte e locuzioni in cui si unisce a un altro sostantivo inglese, precisandone il significato in base all’ordine ‘‘determinante + determinato’’ tipico dell’inglese (webmaster = gestore di rete; web access = accesso in rete). Spesso internet è utilizzato come sinonimo di web, anche sei due termini non indicano esattamente la stessa cosa: (entrare nel web/entrare in Internet). Sia web che internet  possono essere usati anche con valore aggettivale (sito web o sito Internet o semplicemente sito).
Per dirlo in italiano, puoi usare RETE (navigare in rete, cercare in rete).

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BABY BONUS, COMING OUT, JOBS ACT

TUTTI I CORRISPETTIVI ITALIANI DELLE PAROLE CHE RACCONTANO L’ATTUALITÀ

Baby bonus, coming out e outing, jobs act, new economy, spending review, spread e stepchild adoption. Sono alcune delle parole che ogni giorno leggiamo sui quotidiani, o che ascoltiamo in televisione. Ma sappiamo davvero che cosa significano? E perché non usare il corrispettivo italiano?

Baby bonus
Il termine bonus ha origini latine, ma nella lingua inglese ha il significato aggiuntivo di “premio” ed è in questa accezione che viene adottato in italiano. La voce compare anche all’interno di numerose locuzioni inglesi, tra cui baby bonus, che vede la vicinanza di due nomi, di cui il primo precisa il significato del secondo (si tratta di un costrutto tipico della lingua inglese). Baby bonus è entrato nel nostro vocabolario agli inizi del Duemila, convivendo con l’espressione bonus bebè, in cui si sostituisce baby con il corrispettivo di origine francese, ormai pienamente utilizzato in italiano.
Per dirlo in italiano, puoi usare BONUS BEBÈ, locuzione che viene percepita come completamente italiana anche se si tratta di un’italianizzazione soltanto parziale.

Coming out (o anche fare outing)
Fare coming out (o, meno propriamente, fare outing) equivale a “dichiarare la propria omosessualità”. Entrambi gli anglicismi sono entrati in italiano all’inizio degli anni Novanta e testimoniano il cambiamento intervenuto in una società che, per lungo tempo, ha considerato l’omosessualità come una condizione di diversità da tenere nascosta. Oggi coming out e fare outing stanno allargando i loro confini semantici, fino a comprendere la rivelazione di altre condizioni personali che nulla hanno a che vedere con l’omosessualità, come l’ammissione di aver tradito il partner o la dichiarazione pubblica di soffrire di depressione.
Per dirlo in italiano, puoi usare il verbo DICHIARARSI, in forma assoluta, o la locuzione verbale USCIRE ALLO SCOPERTO.

Jobs act
È il nome della riforma del lavoro varata in Italia nel 2014, durante il governo Renzi. Si tratta di una locuzione formata da due sostantivi inglesi: job “lavoro”, e act “legge”. Il corrispettivo italiano è quindi “legge sul lavoro”. La legge in questione ricalca lo stesso nome di quella omologa promossa nel 2012 dall’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Quest’ultima prende il nome da un gioco di parole: jobs, infatti, è l’acronimo di Jumpstart Our Business Startups, che letteralmente significa “rilanciare le nostre piccole imprese” e che utilizza le singole lettere della parola jobs (plurale di job) come iniziali di uno slogan che vuole essere di sprone per un aumento dell’occupazione. In Italia non tutti conoscono l’origine del nome ed è per questo che nel nostro Paese si sono diffuse grafie errate come job act (senza la s alla fine della parola job) e job’s act (con l’apostrofo prima della s finale, sul modello del genitivo sassone).
Per dirlo in italiano, puoi usare LEGGE SUL LAVORO, un equivalente percepito però come meno moderno, non in grado di trasmettere lo stesso senso di novità e di propensione al cambiamento.

New economy
Le locuzioni inglesi old economy e new economy entrano in italiano sul finire del Novecento. Testimoniano il passaggio dall’economia tradizionale a un’economia legata allo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni. In particolare, l’uso della rete su scala planetaria ha consentito di operare in un mercato globale con una rapidità un tempo impensabile e ha favorito così un processo di globalizzazione.
Per dirlo in italiano, puoi usare NUOVA ECONOMIA, che ha già una certa diffusione e convive accanto alla locuzione originaria.

Spending review
La locuzione spending review si è diffusa in italiano all’inizio del Duemila e indica l’analisi dei capitoli di spesa degli enti pubblici, finalizzata all’eliminazione degli sprechi e a una più razionale utilizzazione delle risorse disponibili.
Per dirlo in italiano, puoi usare REVISIONE DELLA SPESA (PUBBLICA), che ha già una larga circolazione nei giornali e negli altri organi d’informazione.

Spread
La parola spread indica il differenziale di rendimento tra un’obbligazione e un’altra. È un termine che entra in italiano alla fine del Novecento, ma diventa di larga diffusione solo nell’estate del 2011, quando i media italiani cominciano a utilizzare diversi anglicismi del linguaggio finanziario, incomprensibili per la maggior parte dei cittadini: default, down-grading, outlook, rating. All’epoca, l’Italia viveva un periodo di particolare crisi economica e lo spread indicava specificatamente il differenziale di rendimento tra i titoli di due Paesi, l’Italia e la Germania.
Per dirlo in italiano, puoi usare DIFFERENZIALE, parola diffusa ormai non più solo nel linguaggio finanziario, ma anche in quello dei media, dove si possono trovare espressioni come differenziale mannaro (con allusione scherzosa al lupo mannaro) e dottor differenziale (in luogo dell’ironico mister spread).

Stepchild adoption
La locuzione inglese stepchild adoption è presente nell’italiano fin dal 2006, ma è salita agli onori delle cronache a partire dal 2014, quando il Tribunale per i minorenni ha sancito che l’orientamento sessuale di chi adotta non costituisce un ostacolo all’adozione. In ambito sia politico che giornalistico l’anglicismo è usato principalmente con riferimento alla possibilità di estendere il diritto di adottare il figlio biologico del partner anche alle coppie dello stesso sesso.
La locuzione stepchild adoption (spesso abbreviata, in italiano, in stepchild) è semanticamente opaca. Un segno dell’opacità dell’anglicismo è la grafia del primo elemento in due parole separate (step child), errore molto frequente dovuto alla confusione tra il sostantivo step (“passo, gradino”) e il prefisso step-, che in inglese indica un rapporto di parentela nato da un nuovo matrimonio: stepmother e stepfather sono la ‘matrigna’ e il ‘patrigno’, stepchild è il ‘figliastro’.
Per dirlo in italiano, puoi usare ADOZIONE DEL FIGLIO DEL PARTNER, una locuzione più lunga della traduzione letterale “adozione del figliastro” che, però, non sarebbe accettabile in italiano. In ambito giuridico può essere usato anche ADOZIONE COPARENTALE, di carattere più tecnico.

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INGLESISMI DA UFFICIO:

EVITALI COSÌ

In riunione è tutto un “feedback”, “best practice” e “deadline”? Se non ne puoi più di badge e meeting, ecco le alternative italiane con cui stupire i tuoi colleghi.

Badge
In italiano questo anglicismo ha più significati: può infatti riferirsi al cartellino di riconoscimento che si appende all’abito o a un distintivo usato per manifestare la propria adesione a un movimento o, ancora, al tesserino da far scorrere per registrare i dati.
Per dirlo in italiano, puoi usare CARTELLINO o TARGHETTA (di riconoscimento), DISTINTIVO o TESSERINO MAGNETICO.

Best practice
L’anglicismo best practice è entrato in italiano a fine Novecento, diffondendosi in diversi ambiti, da quello aziendale a quello sanitario, dall’educativo al governativo. Indica le procedure che hanno permesso il raggiungimento dei migliori risultati possibili.
Per dirlo in italiano, puoi usare BUONA PRATICA, LA MIGLIORE PRATICA, BUONA PRASSI o LA MIGLIORE PRASSI, espressioni già usate in vari siti e testi italiani.

Deadline
L’anglicismo deadline, entrato in italiano nel secondo Novecento, è molto diffuso in ambito aziendale, ma non solo. Indica una data di scadenza improrogabile per l’esecuzione e la consegna di un lavoro, per l’iscrizione a un corso, ecc. La voce inglese significa letteralmente “linea della morte”, con riferimento a un limite da non oltrepassare in una postazione militare, pena il rischio di essere uccisi da una sentinella.
Per dirlo in italiano, puoi usare SCADENZA o TERMINE ULTIMO.

Feedback
L’anglicismo feedback è un termine usato nel linguaggio tecnico e scientifico. Nel secondo Novecento si è diffuso in diversi settori – informatica, elettronica, linguistica, psicologia, biologia – come equivalente dell’italiano retroazione. Dalla terminologia specialistica la parola si è diffusa nel linguaggio comune in espressioni come dare, ricevere un feedback, ottenere un feedback positivo. Per dirlo in italiano, puoi usare RISPOSTA o RISCONTRO, parole di uso comune a cui però viene spesso preferita la versione inglese, perché percepita come tecnica e, quindi, più autorevole e prestigiosa, oltre che alla moda.

Meeting
“Fissiamo un meeting?”. Lo usiamo spesso (la maggior parte delle volte senza farci caso), perché è uno degli anglicismi più comuni e longevi del nostro vocabolario (è stato introdotto già dalla prima metà dell’Ottocento con il significato di “comizio”). Oggi però meeting non è più usato con questo significato, ma ha assunto altre accezioni come quella di incontro sportivo comprendente di solito diverse prove (un meeting di atletica leggera) o quella più generica di riunione di carattere scientifico, culturale, politico, ecc (un meeting di cardiologia, il meeting dell’amicizia).
Per dirlo in italiano, puoi usare INCONTRO, RADUNO, RIUNIONE e, limitatamente all’ultimo significato, CONGRESSO o CONVEGNO.

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L’ITALIANO CI FA BELLI:

COME USARE LA LINGUA ITALIANA QUANDO PARLIAMO DI BELLEZZA

Crema after-shave, maschera anti-age, seduta di make-up: sono solo alcuni dei tantissimi anglicismi diffusi nel settore della cosmesi. Anche il linguaggio legato alla bellezza, infatti, subisce il fascino di parole straniere, che sembrano trasmettere un senso di cosmopolitismo, di scientificità e di modernità. Ma scommettiamo che ci sono corrispettivi italiani anche per le parole straniere più diffuse?

After-shave
L’anglicismo after-shave indica una lozione o una crema che si applica sul viso dopo la rasatura. È entrato in italiano alla fine degli anni Cinquanta, trovando subito un valido concorrente in dopobarba. Il sostantivo italiano (usato anche come aggettivo: crema, lozione dopobarba) è un calco della parola inglese, forse giuntoci attraverso il francese après-rasage, ed è saldamente radicato nella nostra lingua da oltre mezzo secolo. Inoltre, dopobarba si inserisce in una ricca serie di parole composte con il primo elemento dopo, che indicano in genere il periodo successivo a qualcosa (dopocena, dopoguerra, dopopranzo), ma anche quanto si usa dopo ciò che è designato dal secondo componente, come appunto nel caso di dopobarba.
Per dirlo in italiano, puoi usare quindi DOPOBARBA.

Anti-age
L’aggettivo invariabile anti-age si riferisce in particolare a un prodotto o a un trattamento che ha lo scopo di prevenire o attenuare i segni dell’invecchiamento: una crema, una maschera anti-age. Attestato in italiano sul finire del Novecento (come il sinonimo inglese anti-aging, meno comune in Italia), è formato con il prefisso anti- e con il sostantivo inglese age “età”.
Per dirlo in italiano, puoi usare ANTIETA’ e ANTINVECCHIAMENTO, termini che vanno ad aggiungersi a un altro aggettivo del settore cosmetico formato con il prefisso anti-, vale a dire ANTIRUGHE.

Beauty center
La locuzione inglese beauty center entra nella nostra lingua a partire dal 1990 e convive con l’italiano “istituto di bellezza”, che è un calco del francese institut de beauté e che è presente nella nostra lingua fin dal primo Novecento.
Per dirlo in italiano, puoi usare ISTITUTO DI BELLEZZA.

Gloss o lipgloss
Gli anglicismi gloss e lipgloss indicano un prodotto liquido o cremoso che rende lucide e idratate le labbra; può essere trasparente o leggermente colorato e può essere applicato sia direttamente sulle labbra sia sopra un rossetto per farlo apparire più brillante.
Per dirlo in italiano, puoi usare LUCIDALABBRA, parola nata nel 1982 e che precede l’ingresso dei concorrenti inglesi, diffusisi in italiano negli anni successivi.

Make-up
Make-up è uno degli anglicismi più diffusi nel linguaggio cosmetico italiano e indica le operazioni con cui si cerca di abbellire il viso o, più sinteticamente, il trucco. Deriva infatti dal verbo make-up “truccare” (letteralmente “far su”), che in origine era riferito al trucco dell’attore). La parola inglese entra nella nostra lingua nel 1963 e si affianca al francese maquillage.
Per dirlo in italiano, puoi usare TRUCCO, termine attestato nel nostro lessico fondamentale dal 1961 e ancora pienamente utilizzato. Make-up è molto usato nelle riviste di moda e nei blog dedicati al trucco, dove ha dato vita a varie locuzioni in cui funge da determinante, cioè precisa il significato del sostantivo a cui si unisce, come make-up artist (“truccatore”) e make-up tutorial (“lezioni di trucco”).

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IN VIAGGIO…

NON DIMENTICHIAMO L’ITALIANO!

Che si viaggi per piacere o per lavoro, quando si tratta di prenotare un aereo, un albergo o qualsiasi altro servizio legato al turismo, è facile imbattersi anglicismi come jet lag o all inclusive. Eppure sono tante le espressioni italiane che potremmo usare al loro posto. Eccone alcune.

Advanced booking
Advanced booking indica la prenotazione anticipata di voli e pernottamenti in hotel, che permette ai turisti di poter accedere a offerte economiche spesso molto vantaggiose. L’anglicismo è entrato in italiano agli inizi del Duemila e ha trovato larga diffusione nel linguaggio degli operatori turistici accanto ad altre voci inglesi, come booking (“prenotazione”), overbooking (“eccedenza di prenotazioni”), first minute e last minute (di biglietto o viaggio acquistato con forte sconto molto prima o poco prima della partenza).
Per dirlo in italiano puoi usare la locuzione PRENOTAZIONE ANTICIPATA, anche se nei siti e negli opuscoli degli operatori turistici advanced booking è più diffuso dell’equivalente italiano.

All inclusive
La locuzione all inclusive indica offerte di viaggio e soggiorno, proposte dagli operatori turistici, che includono nel prezzo il costo complessivo degli spostamenti, dell’alloggio, dei pasti e di ogni altro servizio. L’anglicismo è entrato in italiano verso la fine del Novecento e dal settore turistico ha finito per caratterizzare anche quello commerciale e pubblicitario.
Per dirlo in italiano puoi usare TUTTO COMPRESO, già registrato dai dizionari con il significato generico di “considerando tutto, nell’insieme”.

Jet lag
La locuzione inglese jet lag significa letteralmente “sfasamento da aereo” e indica lo stato di malessere psicofisico che si può provare dopo un lungo viaggio in aereo a causa della differenza di fuso orario tra il luogo di partenza e quello di arrivo. L’anglicismo è entrato nella lingua italiana negli anni Ottanta del secolo scorso e si è diffuso in seguito al notevole incremento dei viaggi intercontinentali.
Per dirlo in italiano puoi usare MAL DI FUSO o SINDROME DA FUSO ORARIO, espressioni che hanno già una certa circolazione e che risultano più facilmente comprensibili.

Low cost
L’espressione inglese low cost (letteralmente “basso costo”), diffusasi in italiano negli anni Novanta, fa riferimento alle compagnie aeree che offrono voli a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati dalle compagnie tradizionali. Le compagnie low cost sono nate negli Stati Uniti negli anni Settanta e si sono sviluppate in Europa solo dopo la liberalizzazione del trasporto aereo, avvenuta nel 1993, conoscendo ben presto una crescita esponenziale: da allora milioni di passeggeri si sono serviti di voli low cost, comprando biglietti low cost e pagando tariffe low cost. L’espressione ha poi esteso il suo significato a tutto ciò che ha un costo contenuto: dai pacchetti low cost, che offrono un viaggio aereo e il soggiorno in un albergo a prezzi concorrenziali, fino ai ristoranti low cost, dove si può mangiare spendendo poco e si può bere vino low cost italiano.
Per dirlo in italiano puoi usare le locuzioni A BASSO COSTO, A BASSO PREZZO, A BUON MERCATO o l’aggettivo ECONOMICO.

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GRUPPO, RACCOLTA, AMMIRATORE:

TUTTE LE PAROLE ITALIANE PER EVITARE GLI ANGLICISMI DELLA MUSICA

“Ti piace questa band?”, “Questa compilation è un successo!”, “Andiamo a sentire il live in piazza?”. La musica è il linguaggio universale per eccellenza, ma l’inglese sembra farla da padrone. Qui trovi alcuni corrispettivi italiani, da utilizzare quando parli di band, compilation, cover e live.

Band
L’anglicismo band èentrato in italiano a metà Novecento ed è ormai diffusissimo per indicare una piccola formazione musicale, specialmente in ambito jazz, pop e rock. La parola inglese è in italiano di genere femminile (la band), perché è stata accostata all’italiano banda; nel passaggio da una lingua all’altra, infatti, il genere è talvolta attribuito sulla base di un’associazione con parole della lingua ricevente.
Per dirlo in italiano puoi usare GRUPPO (MUSICALE) e COMPLESSO.

Compilation
L’anglicismo compilation, diffusosi in italiano nei primi anni Ottanta, è usato nel linguaggio musicale per indicare una raccolta di brani registrati su un unico supporto; la selezione può comprendere canzoni di successo di un singolo artista o di vari artisti, canzoni legate da un tema comune (per es. canzoni d’amore o canzoni natalizie), brani appartenenti a uno stesso genere musicale, colonne sonore di film, ecc.
Per dirlo in italiano puoi usare RACCOLTA, ANTOLOGIA, SELEZIONE.

Cover
Nel linguaggio della musica leggera una cover è una nuova interpretazione di una canzone di successo, eseguita da chi non ne è l’interprete originale. L’anglicismo, entrato nella nostra lingua nel secondo Novecento, significa propriamente “copertina” e in questo caso è la riduzione della locuzione cover version, “versione di copertura”, contrapposta alla original version “versione originale”: la nuova versione ‘‘copre’’ quella originale.
Per dirlo in italiano puoi usare REINTERPRETAZIONE, RIFACIMENTO.

Fan
L’anglicismo fan, abbreviazione di fanatic, “fanatico”, è entrato in italiano nel 1933 per indicare un ammiratore entusiasta di un divo del cinema ed è poi diventato di uso più generale. Insieme a fan sono penetrati nel primo Novecento altri anglicismi riguardanti il mondo del cinema, come cast, film, set.
Per dirlo in italiano puoi usare AMMIRATORE, ESTIMATORE, FANATICO, PATITO o anche TIFOSO, se si fa riferimento a un acceso sostenitore di una squadra sportiva o di un campione.

Live
L’aggettivo inglese live (letteramente “vivo”) è entrato in italiano negli anni Settanta del secolo scorso e si è diffuso con diverse accezioni: dalla registrazione discografica effettuata direttamente durante un concerto e non in sala di incisione (un album live), al brano vocale o strumentale eseguito senza una base musicale preregistrata (una canzone live), fino a un programma radiofonico o televisivo non registrato precedentemente, ma trasmesso in diretta o registrato alla presenza del pubblico e non negli studi (una trasmissione live).
Per dirlo in italiano puoi usare DAL VIVO, che ha usi più ampi della parola inglese live, perché può anche riferirsi a un disegno eseguito attingendo direttamente dalla realtà (un ritratto dal vivo) e può avere funzione non solo aggettivale, ma anche avverbiale (ritrarre, trasmettere, cantare dal vivo).

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CINEMA E LINGUA

TUTTE LE ALTERNATIVE ITALIANE A LOVE STORY, CAMERAMAN, REMAKE E HAPPY ENDING

Quel film è un remake? Tua sorella al cinema vede solo love story? Il sogno del tuo migliore amico è calcare il red carpet? Se il mondo del cinema ti sembra ricco di anglicismi hollywoodiani, ecco le alternative italiane che puoi scegliere.

Cameraman
L’inglese cameraman nei paesi di lingua anglosassone indica genericamente il tecnico addetto alla macchina da presa, mentre in Italia è usato in particolare con riferimento all’operatore televisivo che ha il compito di manovrare la telecamera.
Per dirlo in italiano: puoi usare OPERATORE.

Happy ending
Nel 1940 sono entrate in italiano le locuzioni happy ending e happy end (che è in realtà uno pseudoanglicismo): da allora indicano l’epilogo felice di un film, di una commedia, di un romanzo, di una vicenda: la storia d’amore si conclude con l’immancabile happy ending / happy end.
Per dirlo in italiano: puoi usare LIETO FINE, locuzione attestata già nel XVI secolo.

Love story
L’espressione inglese love story, facilmente traducibile in italiano con “storia d’amore”, si è diffusa a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, dopo il grande successo del romanzo “Love story” dell’americano Erich Segal. Il romanzo uscì nel giorno di San Valentino del 1970 e fu tradotto in italiano l’anno successivo. Nel dicembre del 1970, pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo, fu proiettato nelle sale cinematografiche il celebre film dal titolo omonimo (con regia di Arthur Hiller e sceneggiatura dello stesso Segal). Il romanzo, in realtà, è stato scritto da Segal durante le riprese del film, ed è quindi tratto dalla sceneggiatura.
Per dirlo in italiano: puoi usare STORIA D’AMORE o anche soltanto AMORE (ha avuto molti amori nella sua vita); per conservare il carattere romantico dell’espressione inglese puoi usare il sostantivo IDILLIO (il loro idillio dura ormai da anni); più neutro è il sinonimo RELAZIONE nel senso di “legame amoroso”; nel registro colloquiale puoi usare il sinonimo STORIA (ha avuto una relazione / una storia con una collega).

Nomination
Il sostantivo inglese nomination viene dagli Stati Uniti, dove è utilizzato soprattutto in ambito politico: indica infatti la designazione di un candidato alla carica di Presidente. I candidati dei due partiti maggiori, democratico e repubblicano, ricevono la nomination in seguito a elezioni primarie o a un congresso del partito. In Italia l’anglicismo è attestato a partire dal 1960 e viene utilizzato principalmente in ambito culturale: indica infatti la candidatura al premio Oscar o a un altro premio cinematografico (per es. il David di Donatello), a un premio letterario (lo Strega, il Campiello, ecc.) o ad altri riconoscimenti del mondo della cultura e dello spettacolo (artistici, musicali, televisivi, ecc.). Una giuria seleziona un numero ristretto di possibili vincitori, i quali, a prescindere dall’esito finale della competizione, potranno vantare il fatto di aver ricevuto una nomination come un titolo di prestigio nella loro carriera. Dal Duemila, anno in cui la televisione italiana inizia a trasmettere i cosiddetti reality show, l’anglicismo viene usato anche per indicare la candidatura all’eliminazione dal gioco e assume quindi una connotazione negativa.
Per dirlo in italiano puoi usare CANDIDATURA, parola del lessico di base e di antica attestazione (1848).

Red carpet
La locuzione inglese red carpet si è diffusa in italiano negli anni Duemila per indicare il tappeto di colore rosso su cui sfilano personaggi famosi, specialmente del mondo dello spettacolo, in occasione di premiazioni, inaugurazioni, cerimonie o altri eventi importanti. Il passaggio delle celebrità sul tappeto rosso rappresenta un evento nell’evento: i divi si fermano per salutare i propri ammiratori, per farsi riprendere dai fotografi e dalle televisioni, per essere intervistati dai giornalisti, seguendo un copione studiato con cura dagli organizzatori. L’anglicismo designa per estensione anche l’evento stesso in cui si ha la sfilata di tali personaggi sul tappeto rosso. Il red carpet più noto è quello della notte degli Oscar, trasmesso in diretta da molte televisioni in tutto il mondo prima della cerimonia di premiazione.
Per dirlo in italiano puoi usare il calco TAPPETO ROSSO, che ha già una certa circolazione nell’uso.

Remake
Il sostantivo inglese remake, che deriva dal verbo to remake, “rifare”, è entrato in italiano negli anni Cinquanta. Nell’industria cinematografica è frequente la riproposizione di un film del passato con l’obiettivo di ripeterne il successo, facendo leva su nuove tecnologie, attori famosi e dialoghi aggiornati. I remake possono essere assolutamente fedeli all’originale, oppure allontanarsene, con cambiamenti che riguardano l’ambientazione, i personaggi e/o la trama.
Per dirlo in italiano puoi usare RIFACIMENTO o RIEDIZIONE.

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SPORT

FACCIAMOLO ALL’ITALIANA

Se si tratta di urlare “Campioni del mondo!” lo facciamo in italiano, la nostra lingua del cuore. Eppure, quando parliamo di calcio, pugilato o sport, i termini in inglese sono frequentissimi. Qui trovi alcuni anglicismi sportivi tra i più diffusi e le loro alternative italiane.

Coach
Coach, entrato in italiano nel 1951 (quando si usava soprattutto la parola allenatore), è oggi il termine più comune per indicare il tecnico sportivo incaricato di allenare una squadra o un atleta.
Altri anglicismi usati al posto di allenatore, ma meno comuni del corrispondente italiano, sono trainer e, limitatamente al calcio, mister, che è in realtà uno pseudoanglicismo.
Per dirlo in italiano puoi usare quindi ALLENATORE.

Derby
Il sostantivo inglese derby indica una competizione, specialmente calcistica, tra due squadre della stessa città o regione o area geografica, tra le quali vi è un’accesa rivalità. È un significato che si è diffuso solo negli anni Cinquanta del Novecento. In origine il termine, si riferiva agli sport ippici e designava un particolare tipo di corsa al galoppo.
Per dirlo in italiano puoi usare STRACITTADINA.

Fitness
Il sostantivo inglese fitness, derivato dall’aggettivo fit “adatto”, è entrato in italiano a partire degli anni Ottanta per indicare lo stato di benessere fisico che si può raggiungere attraverso l’attività motoria e, in senso estensivo, l’insieme delle attività fisiche che si praticano per raggiungerlo. L’anglicismo rientra tra le parole inglesi legate allo sport non competitivo che evidenziano il crescente interesse per il benessere fisico, la salute e la cura del corpo (vedi aquagym, jogging, spinning, step, stretching).
Per dirlo in italiano, puoi usare FORMA FISICA o solo FORMA (quando fitness significa “benessere fisico”); oppure ATTIVITA’ SPORTIVA (nel suo uso estensivo).

Goal
L’enorme diffusione dello sport del calcio ha favorito una progressiva italianizzazione della terminologia calcistica, che in origine era tutta inglese (prima si usavano parole cadute in disuso come: bar “traversa”, fault “fallo”, goal-keeper “portiere”, heading “colpo di testa”, referee “arbitro”). Ci sono oggi alcuni termini che usiamo ancora (dribbling, stop, tunnel), mentre altri sono stati affiancati da un corrispondente italiano (corner/calcio d’angolo, penalty/rigore).Un caso di convivenza tra la parola inglese e il corrispettivo italiano è rappresentato dall’alternanza tra goal e rete. Goal significa “meta, traguardo” ed è entrato nella lingua italiana agli inizi del Novecento, successivamente adattato in gol. Diversi sono stati i tentativi di sostituirlo con una parola italiana: in un primo momento si provò con porta (che non ha avuto fortuna), poi con rete, che dal significato di “struttura di corda intrecciata fissata ai montanti e alla traversa della porta” è passata a quello di “punto segnato”.
Per dirlo in italiano puoi usare RETE.

Record
Il sostantivo inglese record significa propriamente “registrazione (di un primato)” e deriva dal verbo to record “registrare, scrivere per ricordare”, che è dall’antico francese recorder, corrispondente all’italiano “ricordare”. L’anglicismo è entrato nella nostra lingua a fine Ottocento nel significato di “tempo minimo per percorrere, a cavallo o con il velocipede, una data distanza”. Considerato in un primo momento inaccettabile, è stato sostituito con recordo (che non ha avuto fortuna perché troppo simile a ricordo), grido (che non sembrava sufficientemente tecnico), massimo (che rendeva bene l’idea, ma poteva generare confusione quando i primati sono legati al minimo); nel 1929 fu proposto primato, che oggi è il più diffuso.
Per dirlo in italiano puoi quindi usare PRIMATO.

Ring
Nato in Italia agli inizi del Novecento, il pugilato ha da subito utilizzato termini inglesi o francesi. Dopo alcuni tentativi da parte della nostra Federazione pugilistica di italianizzare alcuni termini, ci sono sostituzioni che hanno successo (vedi gancio), mentre altre non riescono ad affermarsi (vedi break, che non ha corrispettivi efficaci). Per questo motivo, nella maggior parte dei casi ci sono convivenze tra parole straniere e sostituti italiani, come nel caso di boxe / pugilato, boxeur / pugile, clinch / corpo a corpo, knockout / fuori combattimento, round / ripresa, uppercut / montante. Tra questi casi c’è anche l’alternanza ring / quadrato: i due pugili salgono sul ring / sul quadrato. Il termine inglese significa propriamente “cerchio, anello” e si riferisce al fatto che i primi incontri di pugilato si svolgevano in uno spazio delimitato dal cerchio degli spettatori. Il ring ha poi assunto la forma di una piattaforma quadrata e per questo l’anglicismo è stato reso in italiano con quadrato.
Per dirlo in italiano puoi quindi usare QUADRATO.

Running
Numerosi anglicismi che terminano in -ing indicano pratiche sportive legate alla corsa o alla camminata: footing (che in realtà è uno pseudoanglicismo), jogging, trekking, walking. Appartiene a questa famiglia lessicale anche running, che è entrato in italiano sul finire del Novecento e si è diffuso con l’espansione del settore amatoriale della corsa, specialmente di quella di fondo. Chi pratica il running è detto runner.
Per dirlo in italiano puoi usare CORSA (scarpe da running / scarpe da corsa); un termine più generale è PODISMO, che comprende sia la corsa sia la marcia. Il corrispettivo di runner è CORRIDORE o PODISTA (anche qui con significato più ampio).

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QUESTIONI DI STILE

Le parole che scegliamo sono il nostro biglietto da visita, dicono chi siamo, raccontano di noi e di come vogliamo
presentarci al mondo. Scopri i consigli per trovare le parole giuste a seconda del contesto.

PROFESSIONI AL FEMMINILE

SI DICE SINDACO O SINDACA, ARCHITETTO O ARCHITETTA?

“La Presidente Laura Boldrini”, “la Ministra Roberta Pinotti”, “la sindaca Virginia Raggi”, ma anche “l’architetta Silvia Rossi”, “l’avvocata Monica Bianchi” o “la ragioniera Elena Verdi: sempre più spesso negli ultimi anni professioni e ruoli tradizionalmente maschili, quando ricoperti da donne, vengono declinati al femminile (aprendo spesso ampi dibattiti). Semplice formalità o segno di una lingua che cambia? Quando preferire l’uso del maschile al posto del femminile? E poi: ci sono professioni che non prevedono una declinazione al femminile? Ecco come sciogliere tutti i dubbi su sindache, infermiere e ragioniere.

Secondo le regole della lingua italiana il femminile delle parole che

  • al maschile terminano in -o prendono al femminile la desinenza -a (la sindaca e l’architetta);
  • al maschile escono in -e, invece, formano il femminile in tre modi diversi:
  • cambiano la terminazione in -a (signore – signora);
  • aggiungono il suffisso -essa (studente – studentessa);
  • rimangono invariate (il giudice – la giudice) e in quest’ultimo caso la distinzione del genere avviene attraverso l’articolo ed eventuali aggettivi o participi passati.

I femminili sindaca, architetta e la giudice sono quindi impeccabili da un punto di vista grammaticale.

Tuttavia, sono ancora molti quelli che prediligono l’uso del maschile anche per le donne (il sindaco Maria Bianchi, l’architetto Elena Verdi, il giudice Anna Rossi), nella convinzione che il maschile abbia una valenza neutra, poiché indica la funzione svolta, a prescindere dal sesso di chi la esercita. Altre declinazioni al femminile meno frequenti possono essere: il maschile seguito dal determinante donna, che sottolinea l’eccezionalità di una presenza femminile in ruoli tradizionalmente maschili (un sindaco/architetto/giudice donna); oppure, sempre più rare, le forme che terminano in -essa (sindachessa, giudichessa), che hanno un’evidente connotazione scherzosa, ironica o spregiativa, e che indicano anche la moglie del sindaco/del giudice.

Il passaggio al femminile di sostantivi maschili legati ad alcune professioni è molto variabile ma sempre più frequente nell’uso quotidiano, proprio perché sta crescendo la sensibilità verso forme di linguaggio meno discriminanti nei confronti delle donne.

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DIATRÌBA O DIÀTRIBA:

DOVE METTO L’ACCENTO?

Si dice “pudìco” o “pùdico”? È meglio dire “mi lascio persuàdere” o “mi lascio persuadère”? Con queste parole, la posizione dell’accento non è sempre chiara. Ecco allora come risolvere i dubbi più frequenti.

DIATRIBA
Sostantivo femminile che storicamente indica le conferenze tenute dagli antichi filosofi a un pubblico più vasto di quello ristretto degli allievi, spesso su questioni di etica. Il termine è poi passato a designare una discussione di tono aspramente polemico, un contrasto animato, una contesa, una disputa, spesso con l’idea che si trascini nel tempo e che si caratterizzi per una certa prolissità: l’annosa diatriba tra chi ama la tecnologia e chi la detesta; anche con riferimento a entità astratte: l’eterna diatriba tra fede e ragione, tra scienza e religione.
La parola si può pronunciare sia con l’accento sulla terzultima, sia con l’accento sulla penultima sillaba: l’accentazione sdrucciola (diàtriba) riflette la pronuncia della base latina diatrĭba; l’accentazione piana (diatrìba) è più comune nell’uso corrente ed è dovuta all’influenza del francese diatribe.

 

PERSUADERE e DISSUADERE
Il verbo persuadere deriva dal latino persuadēre, con accentazione piana, ed è formato dal verbo suadēre “convincere” preceduto dal prefisso per- ‘fino in fondo”. Lo stesso vale per il verbo dissuadere, essendo formato dal verbo suadēre, preceduto questa volta dal prefisso dis-, che ha valore negativo.
Le pronunce corrette dell’infinito dei due verbi sono quindi persuadére e dissuadére, con l’accento sulla penultima sillaba, come nella corrispondente base latina.
Le pronunce errate persuàdere e dissuàdere, con l’accento sulla terzultima sillaba, sono influenzate dalle prime persone singolari e dalla terza persona plurale del presente indicativo. In questi casi infatti l’accento cade sulla a (persuàdo / dissuàdo, persuàdi / dissuàdi, persuàde / dissuàde, persuàdono / dissuàdono).

PUDICO
L’aggettivo pudico vuol dire “che mostra pudore”. Deriva dal latino pudīcus, con accentazione piana.
Anche in italiano, quindi, la corretta pronuncia ha l’accento sulla penultima sillaba: pudìco.
Sbagliata è la pronuncia pùdico: la ritrazione dell’accento sulla terzultima sillaba, molto diffusa, è dovuta alla tendenza a far risalire l’accento verso l’inizio della parola in voci poco comuni. Su questa tendenza può aver influito anche il modello dell’aggettivo lùdico.

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“HO POTUTO” O “SON DOVUTO”?

COME USARE CORRETTAMENTE I VERBI AUSILIARI CON DOVERE, POTERE E VOLERE

“Ho dovuto andare in ufficio” o “Son dovuto andare in ufficio”? “Ho potuto fuggire” o “Son potuto fuggire?” L’uso degli ausiliari essere e avere non è sempre chiaro. Ecco le regole per usarli correttamente.

I verbi dovere, potere e volere usati autonomamente vogliono l’ausiliare avere: ho dovuto seguire la lezione; mi ha chiesto di chiamarlo, ma non ho potuto; ho voluto una pizza.
Come verbi modali (cioè quando sono seguiti da un altro verbo all’infinito), invece, assumono l’ausiliare del verbo a cui si accompagnano: ho dovuto comprare un cappotto nuovo / sono dovuto tornare a casa; ho potuto comprare una casa / è potuto tornare a casa; ho voluto mangiare fuori / sono voluto andare al cinema.
I verbi modali, inoltre, utilizzano sempre l’ausiliare avere quando sono seguiti dal verbo essere o da un infinito passivo: ha dovuto / potuto / voluto essere presente; ho dovuto essere visitato dal medico / ho potuto essere ascoltato / ho voluto essere avvertito.
Con i verbi pronominali, poi, si usa l’ausiliare essere se il pronome atono precede l’ausiliare: mi sono dovuto vestire in fretta / non mi sono potuto preparare / mi sono voluto preparare bene; al contrario, si usa l’ausiliare avere se il pronome segue l’infinito del verbo: ho dovuto vestirmi in fretta / non ho potuto prepararmi / ho voluto prepararmi bene.

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PIUTTOSTO CHE:

QUANDO USARLO E QUANDO NO

“Preferisco uscire piuttosto che stare a casa” è corretto, ma cresce il numero di persone che usa il piuttosto che per esprimere un’alternativa. Scelta di nicchia o ambigua? Qui ti spieghiamo quando usarlo e quando evitarlo.

Piuttosto che è una locuzione che indica una preferenza tra due possibili alternative ed equivale ad anziché. Diremo, quindi: rimango a casa piuttosto che uscire con loro.
Ultimamente nella lingua italiana si sta diffondendo sempre più l’impiego del piuttosto che con valore disgiuntivo, al posto di “o”, “oppure”,per esprimere un’alternativa equivalente: a pranzo mangio un primo piuttosto che un secondo, nel senso di “mangio un primo o un secondo”, indifferentemente l’uno o l’altro. Questo uso, che ha avuto origine nel Nord Italia, viene percepito negativamente dalla maggioranza delle persone: piuttosto che, infatti, occupa il quarto posto in una classifica delle ‘‘parole da buttare’’ stilata nel 2003 dai lettori dell’inserto domenicale del ‘‘Sole 24 ore’’ (le altre tre espressioni in testa alla classifica sono quant’altro, assolutamente, un attimino).
In effetti l’uso di piuttosto che al posto di “oppure” è non soltanto improprio, ma anche ambiguo: una frase come la precedente, “a pranzo mangio un primo piuttosto che un secondo”, può essere infatti interpretata in modo completamente diverso, vale a dire “preferisco mangiare un primo anziché un secondo”.

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ASSOLUTAMENTE, VERAMENTE, DAVVERO:

COME USARE GLI AVVERBI (IN BASE AL CONTESTO)?

“Sono stato veramente bene”, “Quel film lo voglio vedere assolutamente”, “Mi piaci davvero tanto”: quali sono gli usi corretti di questi avverbi? Qui trovi tutto quello che devi sapere per non fare brutta figura.

Assolutamente… cosa?
L’avverbio assolutamente può essere usato con valore rafforzativo in frasi sia positive che negative: devi assolutamente convincerlo; non voglio assolutamente vederlo. Spesso adoperato nelle risposte in unione con o no, per rendere più perentoria e categorica l’affermazione o la negazione: Sei d’accordo? Assolutamente sì! / Assolutamente no! Accanto a questi costrutti si è andato sempre più diffondendo, soprattutto nella lingua parlata, l’uso dell’avverbio da solo, come risposta, con valore affermativo o negativo a seconda del contesto: alla domanda Ti piace?, la risposta Assolutamente! può essere interpretata sia come Assolutamente sì! sia come Assolutamente no!, dato che l’avverbio non ha di per sé un significato positivo o negativo. Molte volte il contesto o, nel parlato, l’intonazione e la gestualità consentono di disambiguare il senso. Tuttavia, per non lasciare l’interlocutore nel dubbio e fargli capire se abbiamo espresso pieno accordo o totale disaccordo, è meglio accompagnare l’avverbio con un o con un no, oppure sopprimere del tutto l’abusato avverbio e limitarsi a dire o no.

Veramente e davvero, avverbi “versatili”
Gli avverbi veramente e davvero possono essere collocati in diverse posizioni all’interno della frase e assolvere diverse funzioni. A seconda della posizione e della funzione il significato di una frase può cambiare.
Nel caso di veramente, ad esempio, possiamo trovarci di fronte a Sono veramente felice di rivederti, oppure Veramente, sono felice di rivederti.

  • Nel primo esempio l’avverbio intensifica il significato dell’aggettivo qualificativo ed equivale a “molto”.
  • Nel secondo esempio l’avverbio è isolato da una pausa (rappresentata graficamente dalla virgola), si riferisce a tutta la frase che segue ed esprime il giudizio, il punto di vista del parlante; in questo caso veramente riassume il significato di un’intera frase (avverbio frasale) ed equivale a “parlando con tutta sincerità”.

Spesso veramente può esprimere un’opposizione, quando inserito nel mezzo della frase o alla fine, come “io, veramente, non sono d’accordo” o “non era mia intenzione offenderti, veramente”.

Nel caso di davvero, consideriamo questi due casi: gli attori sono stati davvero bravi / davvero, gli attori sono stati bravi.

  • Nel primo esempio l’avverbio intensifica il significato dell’aggettivo qualificativo ed equivale a “molto”.
  • Nel secondo esempio l’avverbio è isolato da una pausa (rappresentata graficamente dalla virgola), si riferisce a tutta la frase che segue ed esprime il giudizio, il punto di vista del parlante; in questo caso davvero riassume il significato di un’intera frase (avverbio frasale) ed equivale a “parlando sul serio”.

Lo stesso discorso vale per avverbi come naturalmente, onestamente, praticamente, sinceramente, stranamente, ecc.

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EGLI ED ELLA, LUI E LEI:

GUIDA ALL’USO DEI PRONOMI PERSONALI

“Egli sta andando via” o “Lui sta andando via”? “Ella piange” o “Lei piange”? Un vademecum per capire perché usiamo una forma anziché l’altra. E per conoscere l’uso dei pronomi personali di terza persona in base al contesto.

Lui o egli?
Egli (pronome personale soggetto maschile) viene oggi poco utilizzato nel parlato e nello scritto, dove resiste esclusivamente in contesti formali. Nella lingua comune viene sostituito da lui, anche se le due forme non sono del sovrapponibili: egli infatti serve a richiamare il nome di una persona di cui si è parlato in precedenza (funzione anaforica), mentre lui dà particolare rilievo al soggetto (funzione deittica). Tuttavia egli si usa raramente: anche negli articoli di giornale in cui il protagonista dell’azione viene menzionato più volte nel testo, si preferisce ricorrere a sinonimi o perifrasi che evitano eccessive ripetizioni ad esempio, in un articolo sul Presidente del Consiglio dei ministri, si userà non solo il nome proprio, ma anche espressioni come il Capo del Governo, il Presidente del Consiglio, il Primo Ministro, il Premier, l’inquilino di Palazzo Chigi.

Lei o ella?
Il pronome personale soggetto femminile ella è completamente uscito di scena, non solo nel parlato, ma anche nello scritto formale (già Manzoni nell’ultima edizione dei Promessi Sposi aveva eliminato forme con egli e ella). Come nel caso di egli, anche in quello di ella, quando in un testo serve citare più volte la protagonista dell’azione, si può ricorrere non solo al pronome femminile lei (essa è ormai in disuso), ma anche a sinonimi o perifrasi: per esempio, dovendo parlare di una donna che è a capo di una monarchia, si userà sia il nome proprio sia espressioni come la regina, la sovrana, la monarca, la regnante, Sua Maestà.

Lui e lei al posto di esso ed essa
L’uso di lui e lei come soggetto al posto di egli ed ella è in continua crescita, sia nella lingua parlata che in quella scritta. A partire dagli anni Settanta la preferenza per il lui è stata sempre più schiacciante, soprattutto nel linguaggio giornalistico, dove invece, agli inizi del Novecento, l’uso del lui era limitato a pochi casi con valore enfatico. Nella lingua parlata lui si usa spesso anche con riferimento ad animali e a oggetti inanimati, per i quali la grammatica preferirebbe di norma la parola esso: ho detto al cane di non abbaiare e lui mi ha subito ubbidito; tutte le mattine prendo il treno delle 7, ma lui arriva spesso in ritardo.

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MEGLIO "HO SONNO" O "C’HO SONNO?":

QUANDO USARE L’AVVERBIO "CI" CON IL VERBO "AVERE"

“C’hai qualcosa da mangiare?”, “C’ho sonno!”, “C’ho voglia di un panino”: quando parliamo, accompagniamo spesso il verbo avere con l’avverbio ci. È un uso corretto? Si può usare quando scriviamo? Ecco tutto quello che c’è da sapere.

L’uso dell’avverbio ci con il verbo avere, in frasi come c(i) ho fame o c(i) hai freddo?, è tipico del parlato, ma può comparire nella narrativa quando si vuole imitare questo tipo di registro (ad esempio nei dialoghi).
Questo costrutto, che in linguistica viene chiamato “ci attualizzante”, è comunque sconsigliato negli scritti di media formalità, perché conferisce immediatamente al testo uno stile molto colloquiale. Scrivere (ma anche dire) Hai la macchina? suona certamente più formale e corretto rispetto a Chai la macchina?
Tuttavia, l’uso di ci con avere è obbligatorio quando l’avverbio è in combinazione con un pronome atono (ce lo, ce la, ecc.): alla domanda Hai la macchina? posso rispondere Sì, ce l’ho ma non L’ho.

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"OBIETTIVO" OD "OBBIETTIVO"

COME SI SCRIVE?

È uno dei dilemmi più diffusi nella nostra lingua. Ecco un vademecum per non fare confusione.

L’aggettivo e sostantivo obiettivo, con una sola -b-, ha come variante obbiettivo, con due b. Entrambe le forme sono corrette, ma quella più diffusa nell’italiano contemporaneo è la forma con b “scempia”: un giudice, un giudizio obiettivo (“imparziale, giusto, equanime”); centrare, mancare l’obiettivo (“il bersaglio”); prefiggersi un obiettivo ambizioso (“uno scopo, un traguardo, una meta”).
La parola obiettivo deriva dal latino medievale obiectivum, termine del linguaggio filosofico: a differenza di oggettivo, che è una voce di tradizione popolare, obiettivo è una voce dotta, che è stata ripresa dai testi scritti in latino e che non ha subìto i mutamenti fonetici propri della lingua parlata; per questo motivo si mantiene più vicina al modello latino originario. La forma con due b è il normale esito fonetico toscano del nesso latino b + i semiconsonantica (come accade per es. in dubbio, dal latino dubium).

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PAROLE MINATE

Capita spesso di avere dubbi sull’ortografia o sulla pronuncia esatta di una parola.
Qui trovi i suggerimenti per capire come scegliere e ricordare la forma corretta.

CILIEGIE O CILIEGE

QUAL È IL PLURALE CORRETTO?

Qual è il plurale corretto di parole come ciliegia, valigia, camicia, faccia e spiaggia?

Secondo la regola grammaticale, i nomi femminili che al singolare finiscono in -cia e -gia (senza l’accento sulla i) possono avere il plurale:

  • in -ce e -ge se la c e la g sono precedute da una consonante (ad esempio: querce, frange) o se concorrono a rappresentare un suono intenso (ad esempio: gocce, spiagge);
  • in -cie e -gie se la c e la g sono precedute da una vocale, come nel caso di ciliegia, che al plurale diventa ciliegie (la stessa regola si applica, ad esempio, a valigie, camicie, acacie, ecc.).

Il criterio è stato introdotto verso la metà del Novecento come semplificazione di un precedente criterio etimologico di difficile applicazione, perché prevedeva il mantenimento della i solo per quei nomi che derivano da una forma latina con -ci- e -gi-. Non sempre i due criteri coincidono. Il plurale ciliegie, infatti, rappresenta proprio uno di quei casi in cui non c’è corrispondenza tra la vecchia regola e quella più recente. Se seguissimo il criterio etimologico, infatti, il plurale di ciliegia, che deriva dal latino *ceresia, dovrebbe essere ciliege.

Il plurale dei nomi femminili che al singolare finiscono in -cia e -gia è uno dei dubbi grammaticali più frequenti, poiché la presenza o l’assenza della i non comporta alcuna differenza nella pronuncia. Se al singolare, infatti, il segno grafico della i serve a segnalare il suono “dolce” o palatale delle consonanti -c- e -g- davanti alla vocale a (se non ci fosse la -i-, leggeremmo “ciliega”), nel plurale questa funzione decade, perché la e sarebbe sufficiente, da sola, a indicare il suono “dolce” di c e g: la pronuncia di ciliegie è identica a quella di ciliege. È per questo che grafie senza i come ciliegie sono largamente diffuse e sono da considerare accettabili.

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SE SAREI

VADEMECUM PER NON SBAGLIARE

Il congiuntivo, croce e delizia della lingua italiana. Sì, perché quando si tratta di usare correttamente questo tempo verbale, di “strafalcioni” se ne sentono tanti. Uno dei più diffusi è sicuramente quello che riguarda la costruzione dei due periodi ipotetici della possibilità (ovvero quello in cui l’ipotesi è possibile, ma non sicura: se studiassi di più, supereresti l’esame) e dell’irrealtà (quello in cui l’ipotesi è irrealizzabile: se avessi studiato di più, avresti superato l’esame). In questi due casi, spesso alla congiunzione se viene fatto seguire, erroneamente, il verbo coniugato al condizionale presente, e non al congiuntivo (imperfetto o trapassato).

La costruzione corretta è

  • nel caso del periodo ipotetico della possibilità: se + subordinata al congiuntivo imperfetto / principale al condizionale. Es.: se venissi alla festa, ti divertiresti molto(e non: se verresti alla festa, ti divertiresti molto);
  • nel caso del periodo ipotetico dell’irrealtà: se + subordinata al congiuntivo imperfetto o trapassato / principale al condizionale presente o passato. Es.: se avessi seguito la dieta, ora sarei più magro(e non: se avrei seguito la dieta, ora sarei più magro).

 

Nella lingua parlata, nella formazione dei periodi ipotetici della possibilità e dell’irrealtà, è molto diffuso anche l’uso dell’imperfetto indicativo, sia nella frase principale (detta apodosi), sia in quella subordinata (detta protasi). Capita spesso, infatti, di sentire frasi come se me lo dicevi prima, venivo anch’io a cena oppure se prendevi la macchina, arrivavi in tempo all’appuntamento. Si tratta di forme oggi largamente presenti nella lingua orale di registro informale, sconsigliate però in un discorso formale o in testo scritto che non sia di tono confidenziale.

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QUAL È:

PERCHÉ SI SCRIVE SENZA APOSTROFO?

È uno degli errori più frequenti della nostra lingua. Ecco come nasce la forma corretta.

Un errore molto frequente che possiamo incontrare nell’italiano scritto è quello di scrivere qual’è con l’apostrofo. La forma corretta è qual è, senza apostrofo. Quando la vocale finale di una parola cade davanti a un’altra che comincia per vocale, si può avere il dubbio se si debba mettere l’apostrofo oppure no. Il problema nasce dal fatto che spesso si confondono due fenomeni, quello dell’elisione e quello del troncamento.

  • L’elisione è la soppressione della vocale finale di una parola davanti alla vocale con cui inizia quella successiva. La prima parola, quindi, risulta legata alla seconda, e la vocale elisa viene sostituita con un apostrofo. Es: una amica diventa un’amica (ma un amico non diventa un’amico!).
  • Il troncamento (o “apocope”) è la soppressione di una vocale o di una sillaba alla fine di una parola che può verificarsi sia quando la parola successiva comincia per vocale, sia quando inizia per consonante. In questo caso la prima parola esiste indipendentemente dalla seconda, e non c’è bisogno dell’apostrofo. Es: fin allora si scrive senza apostrofo perché si può scrivere fin troppo, fin tanto.

Qual è è una forma tronca, poiché qual esiste in forma autonoma indipendentemente dal fatto che la parola successiva inizi per vocale o consonante. Abbiamo infatti: qual è il problema?, qual è la strada?, ma anche qual buon vento ti porta!. È per questa ragione che qual è non vuole mai l’apostrofo.

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PROFICUO, PROMISCUO E SOQQUADRO:

QUANDO USARE CU E QU?

Perché scriviamo quota invece di cuota? Da dove nasce la parola soqquadro? Una guida pratica per capire quando e perché usare CU e QU.

Alcuni dubbi riguardanti l’ortografia possono derivare da una non perfetta corrispondenza tra la pronuncia e la forma scritta di una parola. È quello che accade con il suono /kw/ che può essere scritto in modi diversi, pur essendo pronunciato sempre allo stesso modo. Ad esempio, scriviamo cuore e quota: la pronuncia della prima sillaba è identica, ma ragioni storiche impongono di scrivere cu nel primo caso (cuore deriva dal latino cor) e qu nel secondo (quota è tratto dal latino quotus “quanto”). Ecco alcune parole che possono destare dubbi e le regole per scriverle nel modo giusto.

Proficuo e promiscuo
Questi due aggettivi si scrivono con -cu- perché derivano, rispettivamente, dalle parole latine proficuus e promiscuus. Per la stessa ragione si scrivono con -cu- anche vacuo (dal latino vacuus), cospicuo (da conspicuus), acuire (da acuere), scuotere (da excutere) e tante altre parole di origine latina.

Soqquadro
Per indicare il rafforzamento del suono /kw/ di regola si usa la grafia -cq-: acqua, nacque, acquisto, acquoso. L’unica parola della lingua italiana ad avere -qq- è il sostantivo soqquadro he significa ‘grande confusione, scompiglio’ e che trae origine dalla locuzione sotto squadro, riferita ai muri non ad angolo retto e quindi fuori ordine. In realtà esiste qualche altra parola con -qq-, ma si tratta di voci rare, come l’arcaico soqquadrare ‘mettere a soqquadro’ o il termine musicale beqquadro, variante di bequadro, composto con l’aggettivo quadro.

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LE DIFFERENZE TRA CE E C’È, E NE, NÉ E N’È

ECCO COME SCRIVERLE NEL MODO CORRETTO.

In queste particelle la presenza di un apostrofo o di un accento fa una grande differenza. Ecco come scriverle nel modo corretto.

Ce o c’è?
Ce, senza segni grafici, può essere:

  • una forma che l’avverbio ci assume davanti ai pronomi lo, la, li, le, ne, con il significato di “in quel luogo; in questo luogo”, come in Ce l’ho messo io (in quel luogo l’ho messo io);
  • una forma che il pronome ci assume davanti ai pronomi lo, la, li, le, ne, con funzione di complemento di termine “a noi”, come in Ce l’ha insegnato nostra madre (a noi lo ha insegnato nostra madre);
  • un rafforzativo: Ce la metterò tutta!

C’è, invece, è la forma contratta del costrutto ci è, come in C’è Marco? No, è uscito.

Ne o né?
Ne, senza segni grafici, può:

  • essere un avverbio di luogo che esprime allontanamento da luogo (fisico o figurato): Si è barricato in camera e non ne vuole uscire, oppure Ne siamo usciti davvero a pezzi;
  • essere un pronome personale, al posto di forme come di ciò, da ciò, di questo, da quello, ecc.: Ne parlerò con mia madre (= di ciò);
  • nell’ambito della funzione precedente, avere valore partitivo: I tuoi biscotti erano buonissimi, ce ne sono ancora? (= di biscotti);
  • comparire in alcune locuzioni verbali: Ne va della mia reputazione.

Né, con accento grafico, deriva dal latino nec (“non”) ed è una congiunzione copulativa che significa “e non”: Non gli ho detto né sì né no; Mi ha chiesto di non parlarne né scriverne a nessuno.

Ce ne o ce n’è

  • Ce ne e ce n’è sono comuni in frasi come in Ce ne fossero di donne come te!, oppure Ce n’è ancora di torta?
  • Le forme c’è ne, ce né e c’è n’è non sono grammaticalmente contemplate e sono considerate errori gravi!

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FA, DA E DI:

QUANDO USARE L’APOSTROFO E QUANDO L’ACCENTO?

In italiano esistono diverse voci omofone, ovvero parole che si pronunciano allo stesso modo, ma che hanno significati diversi. Nella scrittura, per poterle distinguere le une dalle altre, si utilizzano l’accento o l’apostrofo grafico. È il caso di da/dà/da’, fa e , di/dì/di’. Ecco le regole per scrivere correttamente queste parole.

Da, dà e da’

  • La preposizione da si scrive senza accento. Siamo appena tornati da Parigi.
  • La terza persona singolare dell’indicativo del verbo dare si scrive con l’accento: . Mi dà sempre il consiglio giusto.
  • La seconda persona singolare dell’imperativo del verbo dare oscilla tra le alternative dai / da’ / dà; in da’ l’apostrofo segnala il troncamento della semivocale i di dai; la forma , invece, è oggi molto poco usata. Dai / da’ / dà retta a me.

Ps: la prima persona singolare indicativa del verbo dare, io do, si scrive sempre senza accento, perché la possibilità di confondere il verbo con la nota musicale do è molto remota (frasi come Do un do di petto non sono molto comuni). L’accento va invece segnato sulla forma prefissata (io) ridò, prima persona singolare del presente indicativo di ridare. Per la stessa ragione è superfluo porre l’accento sui verbi (tu) dai e (loro) danno, perché difficilmente possono confondersi con la preposizione articolata dai e con il sostantivo danno.

Fa, fà e fa’

  • L’avverbio di tempo fa si scrive senza accento. Sono andato negli Stati Uniti due anni fa.
  • La terza persona singolare dell’indicativo del verbo fare si scrive senza accento: fa. È infatti assai remota la possibilità di confusione con la nota musicale fa. Chi scrive mette erroneamente l’accento sulla a per analogia con la grafia della forma verbale (su cui invece l’accento si segna per distinguere il verbo dalla preposizione da). Diremo, quindi Oggi fa troppo caldo. Nei composti del verbo fare, però, la terza persona singolare dell’indicativo è accentata: rifà, contraffà, ecc.
  • La seconda persona singolare dell’imperativo di fare oscilla tra le alternative fa / fai / fa’. Nella forma fa’ l’apostrofo segnala il troncamento della semivocale i di fai; sulla forma fa dell’imperativo non si mette l’accento per le stesse ragioni per cui non si segna l’accento sulla terza persona singolare del presente indicativo.

Di, dì, di’

  • La preposizione semplice di si scrive senza accento. Passeremo la serata a casa di Daniela.
  • La seconda persona singolare dell’imperativo del verbo dire si scrive con l’apostrofo: di’, dove l’apostrofo indica il troncamento della forma dici. Ti stai annoiando, di’ la verità.
  • Il sostantivo maschile (“giorno”) si scrive con l’accento, per distinguerlo da di preposizione e di’ imperativo di dire. Il buondì si vede dal mattino.

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SE O SÉ, SI O SÌ:

QUALI DIFFERENZE?

È più corretto scrivere se stesso o sé stesso? Sé vuole sempre l’accento? Ci sono differenze tra e si? Ecco tutto quello che c’è da sapere su queste particelle: che si scrivono allo stesso modo, ma hanno significati diversi a seconda dell’accento.

Se o sé?
Si scrive sé, con l’accento acuto, per distinguere il pronome personale tonico (Di per sé sarebbe una buona idea) dalla congiunzione se (Se fai tardi, avvertimi) e dal pronome atono se (Se l’è mangiato tutto).

L’ortografia italiana prevede per le due vocali e e o, che possono essere pronunciate chiuse o aperte, la distinzione tra accento acuto (perché, viceré) e accento grave (caffè, portò). Nell’accentare , si commette spesso l’errore di scrivere, con l’accento grave, per analogia con la grafia di forme come è o cioè (per lo stesso motivo, spesso si scrive al posto di ); allo stesso modo si scrive erroneamente é e cioé per analogia con la grafia di forme come o . La non corretta indicazione dell’accento acuto e dell’accento grave può dipendere anche dal fatto che la distinzione tra vocali chiuse e vocali aperte non è applicata uniformemente nelle varie regioni: un parlante milanese che scriva perchè con l’accento grave non fa altro che riprodurre nella grafia la sua pronuncia regionale con e aperta finale.

Quando se viene utilizzato come rafforzativo dell’aggettivo stesso, si può non accentare, perché in questo caso non potrebbe confondersi né con la congiunzione né con il pronome atono: pensa sempre a se stesso; si preoccupano solo di se stessi; lo fanno per se stesse. Tuttavia, se si estrapolano dal contesto le forme rafforzate se stessi e se stesse, il pronome se potrebbe anche essere confuso con la congiunzione, nel caso in cui si interpretasse stessi come prima e seconda persona singolare del congiuntivo imperfetto del verbo stare e stesse come terza persona singolare. Si tratta di una remota possibilità di fraintendimento, tuttavia, la regola di non accentare davanti a stesso non ha una reale utilità e introduce un’eccezione che, invece di semplificare le cose, finisce per complicarle. Per questo è preferibile scrivere sé stesso, sé stessi, sé stesse, pur essendo pienamente accettabili anche le forme senza accento, che anzi sono attualmente preponderanti per effetto della prescrizione scolastica tradizionale. Quando l’aggettivo stesso non è presente, il va sempre accentate: Pensa solo a sé.

Si o sì?
Sì è l’avverbio e si il pronome e la nota musicale. Quindi si va scritto senza accento quando:

  • funge da pronome personale, con valore di soggetto impersonale prima di un verbo di terza persona singolare (Non si vive di solo pane) oppure con valore riflessivo (Si è fatto male giocando a calcetto);
  • quando si tratta della nota musicale.

Il è invece accentato:

  • quando è usato come avverbio per rispondere in modo affermativo a una domanda: Ceni a casa? Sì;
  • in alcune locuzioni, come fare sì che, che introduce una frase consecutiva-finale: Il suo impegno ha fatto sì che ottenesse la promozione.

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DIETRO, DOPO, SOPRA E SOTTO:

QUANDO USARE LE PREPOSIZIONI CON QUESTE PAROLE?

Alcune parole possono avere più funzioni grammaticali: possono infatti fungere da avverbio, preposizione, aggettivo o sostantivo, a seconda di alcuni parametri come il contesto, la posizione all’interno della frase, ecc. È il caso, ad esempio, di dietro, dopo, sotto e sopra: quando usare le preposizioni con queste parole, e quando, invece, legarle ai nomi direttamente? Ecco caso per caso.

Dietro
Dietro può essere avverbio (vieni avanti, non stare dietro o di dietro), preposizione (teneva le mani dietro la schiena), aggettivo (la ruota dietro o, più comunemente, la ruota di dietro è sgonfia), sostantivo (il dietro o, più comunemente, il di dietro dei pantaloni si è strappato).
Quando ha valore di preposizione, dietro si unisce ai nomi direttamente o, meno di frequente, mediante la preposizione a: camminavano uno dietro l’altro; l’ufficio è dietro la stazione (o dietro alla stazione). Se si trova prima di un pronome personale (me, te, lui, loro, ecc.), dietro è sempre seguito dalla preposizione di: si è seduto dietro di me; sta proprio dietro di te. Se il pronome personale è atono (mi, ti, gli, le, ecc.), dietro si colloca dopo il pronome e il verbo, per lo più in fondo alla frase: vienimi dietro; gli corse dietro.

Dopo
Dopo può essere avverbio (ci sentiamo dopo), preposizione (dopo il lavoro vado a casa), congiunzione (dopo mangiato faccio un riposino), aggettivo (il giorno dopo ha cambiato idea), sostantivo (è il dopo che mi preoccupa).
Quando ha valore di preposizione, dopo si unisce ai nomi direttamente: ci vediamo dopo cena; tornerò dopo Pasqua; rincaseremo dopo la mezzanotte (o dopo mezzanotte). Può essere preceduto da un’altra preposizione: rimandiamo la partenza a dopo Natale; ho altri progetti per dopo le vacanze. Quando si trova prima di un pronome personale (me, te, lui, loro, ecc.), dopo è sempre seguito dalla preposizione di: siamo arrivati poco dopo di voi; prego, dopo di lei. Richiede la preposizione di anche davanti ad alcuni avverbi: dopo di allora non l’ho più visto.

Sopra e sotto
Sopra e sotto possono avere funzione di preposizione (posa pure il pacco sopra il tavolo; il pigiama è sotto il cuscino), di avverbio (il giornale è lì sopra; firma qua sotto), di aggettivo (l’errore è nella riga sopra o, più comunemente, nella riga di sopra; è sceso al piano sotto o, più comunemente, al piano di sotto) o di sostantivo (il sopra o il di sopra è di legno).
Quando hanno valore di preposizione, sopra e sotto si uniscono ai nomi direttamente o, meno di frequente, mediante la preposizione a: il libro è sopra la scrivania (o sopra alla scrivania); le pantofole sono sotto il letto (o sotto al letto). Se si trovano prima di un pronome personale (me, te, lui, loro, ecc.), sopra e sotto sono sempre seguiti dalla preposizione di: abita sotto di noi; la colpa ricadrà come al solito sopra di me. Se il pronome personale è atono (mi, ti, gli, le, ecc.), sopra e sotto si collocano dopo il pronome e il verbo, per lo più in fondo alla frase: mi si è gettato sopra; per poco gli cadevo sopra; gli si fece sotto minaccioso.

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